Sognavo un re senza corona. Versi in quarantena e altre urgenze

Wiquel Tina

9.00

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Descrizione

L’autrice pone al lettore, alla base della sua silloge poetica, una domanda precisa: perché la poesia ora. “Ora che il tutto sembra prendere il sopravvento. Ora che non abbracciamo più le nostre madri, i nostri padri, le nostre sorelle e i nostri fratelli. Ora che il grido è muto, solitario, unanime”.
La risposta va ricercata nella poesia stessa, la poesia è unanime, attraverso la poesia le nostre anime sono vicine. Ecco il perché della poesia. L’autrice decide allora di raccogliere le sue virgole e i suoi punti. Quelli che aveva lasciato su fogli sparsi, ad ogni tumulto dell’animo che riguardava una urgenza umana.
L’urgenza, della solitudine, della sofferenza, dell’abbandono, del cancro, dell’amore, della morte, della speranza. Ora tutte queste urgenze sembrano gridare insieme, all’unisono, unite da qualcosa di inevitabile e inaspettato. Un re “senza corona”, beffardo, a partire dal nome, Corona Virus, ma anche piccolo e incontrollabile, che ha incoronato l’intera umanità della peggiore corona: la paura del tutto. La poesia è grido, urgenza, antidoto, ma va usata con cautela, sacrificio e ad un’unica condizione: ricordandosi per sempre che a metterci in ginocchio è stato stavolta un piccolo re.
E intanto l’autrice ricorderà ogni giorno a se stessa, attraverso i suoi versi, di essere umile di fronte al creato, non in senso religioso – ben venga anche quello – ma soprattutto in senso di rispetto di fronte a ciò che credeva di conoscere e che dava per scontato.

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