Canti Ludici

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Descrizione

«Fare e disfare, fare e disfare, è tutto un lavorare. Ecco quello che so fare».
C’è una distanza abissale tra la forza morbosa della “macchina” deleuziana e ciò che spinge questi versi all’essere. Non è il solo “lavorare”, pur essendo un eco inevitabile, di Campana. È una forza priva di spiegazioni tangibili, non è materia di carta e inchiostro, sangue e seme che si spezzano nello stesso asse umano. È una forza invisibile. Il culmine inesplorato ed ignoto della propria coscienza, il fine di ogni consapevolezza. Questi versi non sono una ricerca poetica, somigliano più ad un bicchiere di vino. Che nel suo mescere vivente ha il volto dell’uva sul grembo liquido. Come I Canti hanno in ogni verso e in ogni parte, ogni frazione del mio tempo, ogni particella del mio corpo. Io sono i miei versi. Il senso vive nella purezza. Nella mancanza di senso. L’innocenza traghetta lungo sessantaquattro voci, lune, anni. Verso il finire dei sessantaquattro canti. I Canti ludici sono i canti dell’età del gioco, della giovinezza. L’unico momento della vita in cui si può giocare, l’unico che conta, in una vita violenta. Il gioco, il ludo, non è semplicemente il momento della gioia; al contrario, lacanianamente potremmo dire che esso è l’ultimo sincero momento di gioia d’ogni persona.

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