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Il colera in letteratura

Pelagalli Roberta

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Il colera scoppia in Europa nel XIX secolo, e subito colpisce la fantasia di molti scrittori, a cominciare, in Italia, da Pio Bandiera con I fiori sempiterni e il cholèra (1848). Da quel momento saranno in tanti a farsi suggestionare e a considerare, come untori, i ricchi o i governanti (Capuana, De Roberto), i viandanti o gli stranieri (Verga), perfino i soldati e i medici che si aggirino nelle strade per soccorrere gli ammalati (De Amicis, Farné). In tutta Europa, gli assassini del marito o della moglie sono addirittura fiduciosi di farla franca perché i sintomi dell’avvelenamento sono simili a quelli del colera (Mastriani, Dumas). Temerari sono poi quanti affrontano la malattia assecondando i precetti della medicina fisiologica (Janin, Sand) o sfidando il male con euforia carnevalesca (Bazin, Heine, Sue); temerario è anche colui che, con follia e piromania visionaria (Maupassant), è alienato dall’onnipresenza dei microbi ufficializzata da Pasteur nella seconda metà del secolo. Temerari divengono inoltre quanti sopravvivono alla morte apparente con l’impeto vendicativo del redivivo (Corelli, Mastriani, Kipling), e temerario untore si rivela infine il bioterrorista descritto dalla narrativa d’anticipazione di H.G. Wells sullo scorcio del secolo. Se, da un lato, la letteratura dà della malattia un’importante interpretazione spirituale legata ad una nemesi divina (Chateaubriand, Zola, Erckmann-Chatrian), dall’altro, l’inatteso arrivo del colera scatena istinti non proprio rassicuranti.

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Autore Pelagalli Roberta
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